02 set NON TAM VANA COEGIT GLORIA QUAM ROME VETEREM RENOVARE DECOREM.
Sant’Urbano alla Caffarella, la Casa dei Crescenzi e il Mille a Roma.
La chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella è uno dei più suggestivi esempi di continuità tra l’architettura romana antica e il Medioevo. L’edificio conserva in larga parte la struttura di un antico tempio romano, costruito nel II secolo d.C. nell’area della proprietà di Erode Attico e dedicato alla memoria della moglie Annia Regilla e a divinità del pantheon romano, tra cui Cerere e la diva Faustina. Nel IX secolo il tempio fu trasformato in oratorio cristiano e successivamente dedicato a papa Urbano.
La sua posizione appartata, nella valle della Caffarella, ha probabilmente contribuito alla conservazione di una struttura antica di eccezionale interesse. All’interno, la cella fu decorata con un ciclo di affreschi medievali, con scene della vita di Cristo e figure di San Lorenzo, Sant’Urbano e Santa Cecilia, che costituisce una significativa testimonianza della pittura romana medievale. L’edificio fu poi radicalmente restaurato nel 1634 per volontà di papa Urbano VIII Barberini.
Un esempio, per certi versi speculare, di questo rapporto tra l’antico e il Medioevo è la Casa dei Crescenzi, nel rione Ripa, di fronte al Tempio di Portuno. Costruita tra l’XI e il XII secolo, è una rara testimonianza di residenza aristocratica post-antica ancora conservata a Roma. Il contesto urbano nel quale si trova oggi è profondamente diverso da quello originario: negli anni Trenta del Novecento gran parte dell’area compresa tra il Teatro di Marcello e la Bocca della Verità fu demolita per la realizzazione della nuova viabilità.
La facciata della Casa dei Crescenzi rivela il particolare rapporto che la cultura aristocratica romana medievale intratteneva con l’eredità dell’antichità. L’edificio incorpora infatti numerosi elementi architettonici di epoca romana, tra cui volute, lacunari, cornici, frammenti di trabeazione e altri materiali di reimpiego. L’utilizzo di questi elementi non aveva soltanto una funzione decorativa: il richiamo visibile alla grandezza della Roma antica contribuiva a conferire prestigio alla famiglia e alla sua dimora.
Particolarmente significativa è l’iscrizione che corre sulla facciata, nella quale il committente dichiara di aver costruito la casa non “per vanagloria, ma per rinnovare l’antico decoro di Roma”. La frase esprime efficacemente quella volontà di recupero della memoria e dell’identità romana che caratterizza parte della cultura aristocratica della Roma dell’XI e XII secolo. La casa fu costruita da Nicola, figlio di Crescenzio e Teodora, per il figlio Davide, in una posizione strategica per il controllo dei traffici lungo il Tevere e attraverso Ponte Emilio, l’attuale Ponte Rotto.
Questo recupero dell’antico si inserisce nel complesso scenario politico e culturale della Roma del Mille. Tra X e XI secolo la città fu attraversata da una forte competizione tra il potere pontificio, l’aristocrazia romana e le autorità imperiali, mentre la tradizione della Renovatio Imperii promossa dagli Ottoni rafforzava il ruolo dell’impero e il suo rapporto con il papato.
In questo contesto, le grandi famiglie aristocratiche romane, tra cui i Crescenzi, acquisirono un ruolo politico di primo piano e rivendicarono ampi spazi di autonomia. Il rapporto con il potere imperiale fu tuttavia complesso e conflittuale: le tensioni tra l’aristocrazia romana, il papato e gli imperatori contribuirono a determinare alcuni dei più drammatici episodi della storia politica della città tra X e XI secolo.
Sant’Urbano alla Caffarella e la Casa dei Crescenzi rappresentano quindi due testimonianze diverse ma complementari dello stesso fenomeno: da una parte un antico edificio trasformato e conservato attraverso il riuso cristiano; dall’altra una dimora medievale che incorpora deliberatamente frammenti e forme dell’architettura romana. In entrambi i casi, l’antichità non è semplicemente un passato da conservare, ma una presenza ancora viva, utilizzata e reinterpretata per costruire la Roma medievale.

Il tempio fu edificato dopo il 150 d.C. per volontà di Erode Attico, console di origini ateniesi, letterato e amante delle arti, che aveva sposato la nobildonna romana Annia Regilla. La costruzione, probabilmente legata alla memoria della moglie dopo la sua morte, era dedicata a Cerere e alla divinizzata Faustina, moglie dell’imperatore Antonino Pio. Il programma decorativo sembra suggerire il desiderio di associare la memoria di Annia Regilla a quella di Faustina, evocando per la defunta un destino ultraterreno tradizionalmente riservato alla famiglia imperiale.
All’inizio dell’XI secolo l’edificio fu interessato da un importante rinnovamento decorativo. La struttura architettonica e gli stucchi antichi furono in gran parte conservati, mentre le pareti vennero rivestite da un articolato ciclo pittorico, databile all’XI secolo e tradizionalmente riferito a un’iscrizione che ne ricorda il rinnovamento nel 1011.
L’edificio fu successivamente abbandonato e, nel corso del Basso Medioevo, cadde progressivamente in rovina. Nel 1320 l’anonimo autore del cosiddetto Catalogo di Torino registrava laconicamente: “Ecclesia S. Urbani, non habet servitorem”, cioè “La chiesa di Sant’Urbano non ha un custode”.
Un nuovo intervento ebbe luogo nel 1634. In quell’occasione furono realizzati il piccolo campanile e un nuovo altare, mentre le pitture medievali furono sottoposte a pesanti restauri. Fortunatamente, la loro testimonianza è stata preservata anche attraverso due serie di copie ad acquerello, commissionate dal cardinale Francesco Barberini e oggi conservate presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Le pitture della cripta, invece, sembrano non aver subito interventi significativi in epoca moderna.
In origine, le quattro pareti dell’interno erano interamente decorate. Il ciclo pittorico era organizzato su due registri sovrapposti. Del registro inferiore, probabilmente costituito da una teoria di santi rappresentati frontalmente secondo modelli di tradizione bizantina, rimangono oggi soltanto alcuni frammenti.
Il registro superiore conserva invece trentaquattro pannelli, suddivisi in venti scene del Nuovo Testamento, quattro episodi relativi al martirio di San Lorenzo e di altri santi e dieci scene dedicate alle vite di Sant’Urbano e Santa Cecilia.
Particolarmente significativo è proprio quest’ultimo gruppo di immagini, che rappresenta in forma narrativa episodi della vita dei due santi. Si tratta di una testimonianza di grande interesse per la storia dell’iconografia cristiana a Roma: le loro vicende erano state precedentemente rappresentate soprattutto attraverso immagini isolate e ritratti, come quelli conservati nelle catacombe di San Callisto e nei mosaici di Santa Cecilia in Trastevere.
Il ciclo di Sant’Urbano alla Caffarella potrebbe dunque aver avuto un ruolo importante nello sviluppo della tradizione figurativa dedicata ai due santi. È tuttavia difficile stabilire con certezza se proprio qui sia nata questa forma narrativa della loro iconografia, poiché eventuali precedenti realizzati in altri edifici della Roma medievale potrebbero essere andati perduti.
LE DOMUS ROMANE DI PALAZZO VALENTINI
55 min (7 km)
Via Foro Traiano, 84
Da Termini, prendere la Metro A in direzione Anagnina e scendere alla fermata Colli Albani. Da qui è possibile proseguire con l’autobus 660 fino alla fermata Appia Pignatelli / S. Urbano, nelle vicinanze della chiesa. Il tragitto complessivo con i mezzi pubblici è di circa 50–55 minuti, a seconda dei tempi di attesa e del collegamento.
In taxi: la distanza è di circa 7 km; il tragitto può essere molto più rapido, compatibilmente con il traffico.
Prenotazione obbligatoria allo 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00).



