26 set Interamente divino. (1)
Parte Prima
La trasformazione precoce in basilica cristiana, con la dedicazione a Santa Maria dei Martiri nel 609, ha permesso al Pantheon di sopravvivere come quasi nessun altro monumento dell’antica Roma, preservandolo dalla rovina e dal saccheggio subiti da molti edifici classici nelle epoche successive. Di fatto, è la testimonianza della civiltà romana giunta a noi nel migliore stato di conservazione e rappresenta, come nessun altro monumento, quella stratificazione e quella continuità — dal mondo classico alla cristianità, dal Rinascimento fino ai giorni nostri — che rendono unica una città come Roma.
Pantheon, Il nome Pantheon, di origine greca, compare per la prima volta in Dione Cassio (155-235 d.C.), quando l’edificio era già stato edificato. Il termine indicava probabilmente edifici sacri dedicati a divinità associate alla casa imperiale o, più genericamente, a tutti gli dèi. La sua etimologia richiama infatti l’idea di qualcosa di interamente divino (pan, “tutto”, e theos, “dio”), o dedicato a tutti gli dèi. Dione Cassio sembra propendere per una spiegazione legata alla particolare natura dell’edificio e alla sua straordinaria apertura verso il cielo attraverso il grande foro centrale della cupola.
Si ritiene che l’edificio originario fosse legato alla celebrazione della gens Julia e, in particolare, al culto di Venere Genitrice e del divinizzato Giulio Cesare, cui si aggiungevano altre divinità. La divinizzazione postuma di Cesare, promossa da Augusto, si inseriva in una tradizione di matrice ellenistica che a Roma assunse però caratteristiche proprie. Per i Romani dell’epoca, infatti, la religione era profondamente intrecciata alla vita politica e pubblica: garantire il favore degli dèi era considerato indispensabile alla prosperità dello Stato.
In questo senso, la pax deorum rappresentava il corretto rapporto tra Roma e le divinità: attraverso riti, sacrifici e pratiche religiose, la comunità romana cercava di mantenere l’armonia con il mondo divino e di non compromettere il destino di Roma.

L’iscrizione presente sull’architrave — Marcus Agrippa Luci filius consul tertium fecit (“Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, lo edificò”) — si riferisce a una prima versione dell’edificio, fatta costruire da Marco Vipsanio Agrippa, fedele collaboratore di Ottaviano, intorno al 27-25 a.C. Agrippa, dopo la vittoria su Antonio e Cleopatra, ricoprì anche la carica di edile e fu protagonista di importanti opere pubbliche. Tra queste vi fu la costruzione dell’Aqua Virgo, l’acquedotto che ancora oggi alimenta alcune delle più celebri fontane di Roma, tra cui la Fontana di Trevi.
Il tempio subì gravi danni a causa di un incendio nell’80 d.C. e venne successivamente ricostruito sotto Domiziano. Un nuovo incendio, nel 110 circa, rese necessaria una seconda ricostruzione, realizzata sotto l’imperatore Adriano tra il 118 e il 125 d.C. È l’edificio che conosciamo oggi. Adriano scelse di conservare sull’architrave l’iscrizione di Agrippa, secondo una prassi che contribuiva a collegare l’edificio alla tradizione precedente e a non enfatizzare direttamente il proprio intervento. Questa scelta è particolarmente significativa se si considera che Adriano, in numerose opere, preferì non apporre il proprio nome sugli edifici da lui fatti costruire o restaurare.
Come accennato, l’oculus, il grande foro centrale della cupola, stabilisce un rapporto diretto tra l’interno dell’edificio e il cielo. La luce del sole entra nell’aula e si sposta durante il giorno, trasformando continuamente lo spazio interno. L’apertura può essere letta anche simbolicamente come elemento unificante tra il mondo terreno e quello celeste, in un contesto religioso romano caratterizzato dalla presenza e dalla sovrapposizione di numerosi culti.
La religione romana, infatti, fu capace di integrare divinità e pratiche provenienti dai territori conquistati, purché non entrassero in conflitto con l’ordine pubblico e con i tradizionali obblighi religiosi dello Stato. Non si trattava, tuttavia, di una “tolleranza” nel senso moderno del termine: il rapporto tra religione, politica e autorità pubblica rimase strettissimo.
Che l’oculus costituisse un ulteriore riferimento al Sole oppure rispondesse soprattutto a esigenze architettoniche e simboliche, resta una questione discussa. Di fatto, l’aula circolare presenta proporzioni straordinarie: il diametro dello spazio interno è pressoché uguale alla sua altezza, tanto che è possibile immaginare idealmente una sfera perfettamente inscritta nell’edificio.
Ma le caratteristiche eccezionali del Pantheon non si fermano certo qui.

La cupola, con un diametro interno di circa 43,3 metri, è una delle più grandi cupole in calcestruzzo non armato mai realizzate e rimane un capolavoro dell’ingegneria romana. La sua costruzione si basò anche sulla progressiva riduzione dello spessore e del peso del materiale: il calcestruzzo impiegato nella parte superiore contiene aggregati sempre più leggeri, fino ad arrivare, nei pressi dell’oculus, a materiali vulcanici particolarmente leggeri. Lo spessore della cupola passa da oltre sei metri alla base a circa un metro e mezzo nella parte superiore.
Non possediamo documenti antichi che descrivano nel dettaglio il sistema utilizzato per sostenere la cupola durante la costruzione. È probabile che sia stata impiegata una grande centina lignea, una struttura provvisoria capace di sostenere il calcestruzzo fino al suo consolidamento.
La cupola era originariamente rivestita all’interno da elementi decorativi, mentre la parte esterna era probabilmente ricoperta da tegole e lastre metalliche. Nel corso dei secoli, numerosi elementi metallici furono rimossi e riutilizzati. È quindi difficile ricostruire con certezza l’aspetto originario dell’intero apparato decorativo.
L’effetto prodotto dal Pantheon doveva comunque essere sorprendente. L’edificio sorgeva infatti all’interno di un complesso monumentale molto più ampio di quello oggi percepibile, con una piazza e un accesso scenografico delimitato da portici colonnati. Il visitatore arrivava così davanti a un edificio concepito per imporsi visivamente nello spazio urbano.
All’interno, la superficie della cupola è scandita da cinque anelli concentrici di cassettoni, progressivamente più piccoli verso l’oculus. Oltre ad alleggerire visivamente la struttura, questa disposizione accentua la percezione della profondità e contribuisce alla straordinaria armonia delle proporzioni dell’aula.

Nella seconda parte tratteremo della transizione, piuttosto lunga e travagliata, da tempio romano a chiesa cristiana.


