Interamente divino. (1) - Hotel Columbia
The early transformation to the Christian basilica allowed the Pantheon to survive as no other monument
Pantheon, Rome, Monument
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10 set Interamente divino. (1)

Parte Prima

La trasformazione precoce a basilica cristiana (Santa Maria dei Martiri) nel 609 ha permesso al complesso del Pantheon di sopravvivere come nessun altro monumento dell’antica Roma, preservandolo dalla rovina e dal saccheggio subiti dagli edifici classici in epoche successive. Di fatto è la testimonianza della civiltà romana giunta a noi nel miglior stato di conservazione, e rappresenta come nessun altra la stratificazione e la continuità, dal mondo classico alla cristianità, dal Risorgimento fino ai giorni nostri, che rendono unica una città come Roma.

Pantheon, nome di origine greca, compare per la prima volta in Dione Cassio (155-229 d.C.), a tempio già edificato, e indica gli edifici sacri dedicati ai re divinizzati (e agli dèi loro protettori) in uso nei regni ellenici. La sua etimologia allude a qualcosa di interamente (παν) divino (θεός), o dedicato agli dèi tutti. Dione Cassio optò per il primo significato, influenzato dalla prodigiosa cupola che faceva penetrare la luce attraverso il grande foro centrale.
Si pensa che l’edificio fosse in origine dedicato alla triade della Gens Julia, ovvero Marte – Venere – Divo Julio, come volle la divinizzazione postuma di Giulio Cesare imposta da Augusto a un Senato sicuramente infastidito da una simile pratica ellenistica: per i romani dell’epoca infatti la religione era un elemento consustanziale alla politica, ovvero contribuiva al successo dell’Impero tanto quanto le decisioni politiche, ma non ricopriva un ruolo preminente. Insomma, per i romani la religione consisteva sostanzialmente nel tenersi buoni gli dèi per non compromettere il compimento del destino riservato a Roma dominatrice (la pax deorum, la comunità di intenti tra gli dèi e Roma).

Hotel Columbia Rome PantheonL’iscrizione presente sull’architrave, Marcus Agrippa Luci Filius Consul Terzium fecit (Marco Agrippa, figlio di Lucio, lo edificò nel suo terzo consolato), si riferisce a una prima versione edificata dal fedele compagno di Ottaviano (più o meno nel 25 a.C.), divenuto edile dopo la definitiva vittoria su Antonio e Cleopatra e autore, tra l’altro, dell’acquedotto interrato dell’Acqua Vergine, ancora oggi funzionante per alimentare importanti monumenti della zona, tra cui la Fontana di Trevi.
Il tempio subì gravi danni a causa di un incendio nell’80 d.C. e fu completamente ricostruito da Adriano tra il 118 e il 125 nella forma a noi giunta, probabilmente su un suo progetto, che ripristinò l’iscrizione secondo il suo principio di non lasciare prove della sua opera, come accadde per tutti gli edifici fatti costruire da lui con l’unica eccezione del tempio dedicato a suo padre adottivo Traiano.

Come accennato prima, l’idea dell’oculus, il foro centrale della cupola, fa riferimento al sole e al cielo in quanto elementi unificanti e omnicomprensivi delle religioni praticate in tutto l’Impero, a testimonianza della profonda tolleranza che i romani avevano verso le religioni dei popoli sottomessi, liberi anche a Roma di seguire i culti che preferivano, a patto di non minacciare la pax deorum.

Che fosse un ulteriore omaggio al Sole, o forse la volontà di creare al suo interno un senso di estrema armonia delle proporzioni, di fatto l’aula circolare della cupola è perfettamente uguale alla misura dell’altezza complessiva, e nell’edificio può essere idealmente inscritta una sfera. Ma le straordinarie caratteristiche dell’edificio non si fermano certo qui.
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La cupola, 43.40 di diametro, è a tutt’oggi la più grande mai realizzata in calcestruzzo (quella di S. Pietro è più piccola di mezzo metro). Un capolavoro di ingegneria che si basò su una progressiva riduzione dello spessore del calcestruzzo, mescolato a tufo e a detriti vulcanici per conferirgli maggiore leggerezza: dagli oltre sei metri della base al metro e quaranta intorno all’oculus. Non ci sono purtroppo documenti tramandati che chiariscano il metodo usato per sollevare le maestranze durante la costruzione della cupola, probabilmente una grande centina, alta oltre 30 metri, poggiava sull’attico.

La cupola era interamente rivestita in bronzo lucidato e dorato, a conferma del legame che si voleva richiamare con il culto del sole, e doveva suscitare in chi lo avesse visto per la prima volta un effetto sorprendente, se consideriamo che il Pantheon appariva sul fondo di un grande viale racchiuso da portici colonnati, lastricato di travertino, lungo il doppio dello spazio occupato oggi dalla Piazza delle Rotonda. Quasi certamente quel bronzo lo possiamo trovare oggi in qualche statua o suppellettile delle case nobiliari romane o di qualche chiesa, vista l’usanza nei secoli successivi di depredare le opere classiche delle loro ricchezze. Per aumentare la prospettiva aerea l’interno della cupola è decorata da cinque anelli a cassettoni progressivamente più stretti, abbelliti in origine da cornici anch’esse di bronzo dorato.

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Nella seconda parte tratteremo della transizione, piuttosto lunga e travagliata, da tempio romano a chiesa cristiana.